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IMG_5178_copia In Talento

Sara D’Agati

Sara D’Agati ha 29 anni, oggi si appresta a finire un PhD in Storia delle Relazioni Internazionali all’università di Cambridge, e lavora come Research Analyst presso il The Economist Intelligence Unit. Sì, proprio “quella” Cambridge, quella che in Gran Bretagna contende con Oxford il primato nell’immaginario collettivo degli studenti universitari di tutto il mondo. Sara ha un suo blog sull’edizione italiana dell’Huffington Post, dove parla di politica ed attualità. Da piccola però voleva fare il sindaco di Roma.

«I miei amici mi prendevano tutti in giro! – ride, mentre ci racconta la sua storia – Per fortuna con gli anni ho recuperato una sufficiente dose di realismo, se escludiamo il periodo in cui volevo fare la cantante… Ho avuto da subito la passione per le relazioni internazionali, mi sarebbe piaciuto lavorare per l’ONU. In famiglia ho un nonno chimico che ha lavorato per anni tra l’Africa e il Brasile, mia madre lavorava per l’ambasciata del Brasile e, i miei zii, con cui sono cresciuta, lavorano per organismi internazionali e viaggiano anche loro moltissimo.»

Sara è una ragazza romana cresciuta in una delle zone più benestanti della Capitale: il Nomentano-Salario, fra Corso Trieste e la bella Villa Chigi. Come molti suoi coetanei del quartiere ha frequentato il celebre liceo classico Giulio Cesare. «Non mi sono mai sentita la classica ragazza rappresentata nei cliché sociologici di Roma Nord. – spiega Sara – avevo tanti sogni, voglia di cambiare le cose, e mi sentivo spesso un pesce fuor d’acqua. Certo, a scuola me la cavavo bene con i voti, ma avevo un sacco di idee e progetti che non sapevo come e dove incanalare e mi capitava di sentirmi persa, arrabbiata. Ero una ragazza “popolare” al liceo, avevo il ragazzo giusto, uscivo con gli amici giusti, ma io non mi sentivo giusta. Sentivo dentro di me un’energia che voleva esplodere, ma dovevo sottostare a convenzioni e codici sociali che facevo fatica a digerire.»

Dopo la maturità Sara sceglie a la facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Per mantenersi gli studi senza pesare troppo sul bilancio familiare lavora occasionalmente come cameriera nei ristoranti e come hostess ai convegni. I suoi voti non scendono mai sotto il trenta. «Ma l’università, salvo qualche Professore che è stato determinante, non fu la rivoluzione che mi aspettavo. Era solo un posto dove ascoltare lezioni, sostenere esami, superare difficoltà burocratiche. Volevo terminare nel minor tempo possibile, per uscire e fare finalmente la differenza.»

Nel 2006 Sara parte per l’Olanda grazie al progetto Erasmus. Là conosce un sistema universitario completamente diverso: professori giovani e motivati; classi di studio con un numero limitato di studenti; lezioni interattive; corsi seminariali. E soprattutto un ambiente realmente aperto e multiculturale. «Fu uno shock positivo, mi resi conto che molte cose in Italia potevano migliorare e cambiare praticamente a costo zero!»

Tornata dall’Olanda Sara ha un casuale quanto fortunato incontro con Gustavo Ghidini, avvocato e docente di diritto e proprietà intellettuale presso la LUISS. Insieme fondano l’associazione “Pubblici Cittadini”, che tuttora si impegna a elaborare modelli di best practices in ambiti che vanno dallo sviluppo sostenibile alla bioetica, fino a portarli all’attenzione del parlamento italiano. «In parlamento – spiega amareggiata Sara – purtroppo quasi tutte le nostre idee si fermano. Questo è frustrante, troppo frustrante. E’ il motivo per cui io in Italia non sono tornata ancora. A Cambridge un’idea nasce e si realizza. Il mio sogno è che lo stesso possa accadere in Italia. Parallelamente a quello accademico e di ricerca, ho deciso così di portare avanti l’impegno politico in modo indipendente, collaborando con vari think tank e progetti che hanno uno sguardo più ampio ed internazionale ed innovativo sull’Italia tra cui Aspen, Officine Democratiche, Cosmopolitaly, ITalents, Immaginase. La politica attiva è senza dubbio il mio obiettivo finale, ma non sono ancora pronta per essere un politico di professione, voglio prima diventare brava nel mio campo, e continuare ad imparare. L’attaccamento alla poltrona è il rischio di chi nasce già come politico di professione. Insegnare e fare ricerca, è adesso per il compromesso migliore nella mia battaglia per il cambiamento.»

Nel 2009 da semplice studentessa bussa alla porta dell’Ufficio accordi internazionali di Roma Tre, ed in pochissimo tempo riesce a realizzare un accordo quadro per la mobilità studentesca fra l’Italia e l’Argentina. Parte per Buenos Aires, ci rimane nove mesi. Ascolta dalla viva voce delle Madri di Plaza De Mayo le storie dei desaparecidos. Lì decide l’argomento della sua tesi di laurea: la politica estera americana negli anni della guerra fredda. Nel 2011 si laurea a Roma con 110 e lode ed una possibile offerta di dottorato nel suo stesso ateneo. «Ma sono i miei stessi professori a consigliarmi sul futuro – continua Sara – Un consiglio se vuoi prevedibile, ma lo stesso spiazzante: trasferisciti all’estero. E’ stato un po’ un cerchio che si chiude, la conferma che senza cambiamento le persone più volenterose non possono restare.»

Sara prepara per sei mesi la sua prova di ammissione al dottorato in relazioni internazionali a Cambridge. «Quando mi arrivò la risposta positiva non sapevo se sentirmi più felice o più spaventata. Non sapevo se avrei passato il resto della mia vita laggiù. Lasciavo in Italia un fidanzato con il quale avevo cominciato da poco una storia, lasciavo i miei amici e la mia famiglia. Trovai a Cambridge un ambiente molto competitivo, dove non esiste il cameratismo assistenziale di stampo italiano. Lì almeno dieci colleghi durante una sola presentazione ti fanno domande per metterti in difficoltà, e questo è considerato del tutto normale. Non ero abituata, e all’inizio mi fece paura, e per la prima volta dubitai delle mie capacità. Poi ho finito per innamorarmi di Cambridge e del loro metodo, e, allacciando rapporti di amicizia, mi accorsi che sono tutti spaventati, anche quelli che vengono da atenei come Stanford ed Harvard! Gli anglosassoni riescono a nasconderlo molto meglio di noi italiani. »

Nel 2012 inaugura il suo primo blog, “L’Utopista”, che in seguito le aprirà la strada per l’Huffigton Post. Il titolo del primo contributo è: “Cervelli in fuga, ma il cuore invece resta”.

«Ma l’idea del “cervello in fuga” – spiega Sara – è più uno stereotipo. Esistono persone che hanno motivi anche molto diversi fra loro per andarsene. Io mi sento parte di questa grande “seconda migrazione italiana”, quella dei giovani laureati. Siamo uomini e donne che vogliamo dare una direzione chiara alla nostra vita. Fuggiamo dalla staticità, dalla sensazione di essere ingabbiati. La circolazione dei talenti è un prodotto della nostra epoca. Circolano tutti: inglesi, tedeschi, olandesi, spagnoli… La differenza è che l’Italia è solo un porto di uscita, e non terra di accoglienza, crescita e formazione. Per noi donne poi, le difficoltà raddoppiano.»

Nonostante tutto, Sara ha voglia di tornare. «Ma solo per guidare una rivoluzione di pensiero – precisa – a partire dal sistema educativo, che reprime dietro un banco i talenti dei ragazzi. A volte immagino di essere una maestra d’asilo, o un’insegnante delle elementari. Nel primo mese di lezione mi limiterei a stare in silenzio ed osservare i miei piccoli alunni, appuntandomi su un blocco di carta le loro qualità naturali, le loro passioni spontanee, i loro modi creativi di giocare.»

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