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Massimo_cover In Talento

Massimo Camussi

Massimo Camussi, 39 anni, romano. Fotoreporter militante, sin da bambino era incline ad osservare e interpretare porzioni di realtà. Oggi, attraverso le storie che racconta, vuole recuperare il senso della Bellezza (con la B maiuscola) e combattere la mediocrità di questi tempi moderni. 

Che cos’è per te il talento?

Il talento è la capacità di leggere la realtà come essa è, immaginarne un altro pezzo e trasformare questo pensiero in azioni concrete. Tutti sogniamo, fin da bambini. Ma il talento è proprio dell’uomo adulto e della donna adulta, di chi sa fare delle scelte. E’ essere curiosi e solidi nello stesso momento.

I valori a cui non rinunceresti mai?

La mia più grande speranza è: non perdere mai il senso della Bellezza, quella con la B maiuscola. Siamo tutti a rischio mediocrità, in questo senso viviamo tempi difficili. Puntiamo il dito contro il passato, liquidiamo le generazioni che ci hanno preceduto. Ma i nostri nonni ed i nostri padri hanno combattuto bene per costruire il nostro presente. Questo dovremmo ricordarcelo.

Una citazione che rappresenta il tuo modo di essere

Ci sono tanti brani di libri che amo salvare, mettere da parte. Quello che meglio rappresenta il mio modo di essere è tratto dai Libri della Jungla di Rudyard Kipling. Nell’ultimo dei racconti che compongono le storie di Mowgli, il giovane protagonista, Fratel Bigio ci ricorda che “L’uomo torna all’uomo”, ovvero che tutti siamo alla continua ricerca di noi stessi, della realizzazione di noi stessi per quello che siamo, e che ogni tentativo di fuga da ciò che siamo è solo fatica sprecata.

Parliamo di Sociale. Quali sono i progetti che metteresti in campo per rilanciare questo settore tanto bistrattato?

Più che progetti (e soldi) da mettere in campo, io riformerei l’intero sistema. Il concetto di welfare partecipativo non deve rimanere solo una bella parola. Il nostro terzo settore ha moltissimi meriti, ma per vincere la sfida della crisi economica deve sganciarsi sempre di più dalla dipendenza del denaro erogato dallo Stato e costruire un modello che responsabilizzi i cittadini, e che li renda co-costruttori dei progetti, con le idee e con il portafoglio. Eppure anche fra i miei amici sento la stessa obiezione: – Ma come? Fai pagare chi  ha bisogno! – Dobbiamo uscire da questo schema: gli attori in campo possono essere molti, dalla famiglia alla piccola azienda. Dobbiamo far capire a tutti che “sussidiarietà” non è una parolaccia, ma un enorme opportunità di libertà, crescita ed equità.

Sei un fotoreporter con la passione per Henri Cartier-Bresson. Com’è nata la storia tra te e questa disciplina?

Da bambino ho rischiato di prenderle più di una volta perché mi mettevo a fissare gli sconosciuti per strada. Poi Babbo Natale mi regalò la prima piccola macchina fotografica. Fu come mettere benzina sul fuoco! A parte gli scherzi, la svolta vera fu dieci anni fa, quando mi comprai la prima fotocamera digitale: 2 megapixel, allora sembravano già tanti. Erano abbastanza per il mio primo photoblog. Insomma, ho sempre considerato la realtà come qualcosa di bellissimo. Basta aprire gli occhi e girarsi intorno, e il modo di interpretare un qualsiasi pezzo di mondo con una fotocamera lo trovi.

Parola e immagine sono elementi fondanti del tuo mestiere. Quali sono i criteri che adotti per combinarli insieme e realizzare un prodotto comunicativo che susciti interesse?

Come dicevo all’inizio, viviamo un tempo strano. I media tradizionali e le grandi testate giornalistiche sul web ci parlano di una crisi continua, poco definita. Ecco, io stesso mi sento sommerso da onde di notizie che mi vengono addosso, e rimango confuso dopo la risacca. Tutti noi così abbiamo bisogno di aggrapparci a storie di uomini e donne, che nella loro vita hanno fatto e stanno facendo qualcosa di bello. Vogliamo vedere in faccia una speranza, una spiegazione, e vogliamo leggere il perché e il come. Io parto da questo bisogno per scrivere le mie storie.

Il progetto professionale che ha lasciato più traccia nella tua vita?

Considero il mio percorso professionale un cammino di vita continuo, non solo in senso professionale. In questo mi sento molto fortunato. Con la mia esperienza di redattore delle news a Radio Meridiano 12, la radio salesiana di Roma, sono entrato nel mondo della comunicazione sociale. Lì ho scoperto che il no profit non è solo beneficenza, ma qualcosa di molto più necessario e diffuso.

Sei un papà molto presente nell’educazione di tua figlia. Come ti senti in questo ruolo?

In una continua avventura che io vivo da attore non protagonista, nella quale io non posso fare altro che imparare da mia figlia, raccontare e ringraziare.

Come ti vedi tra 10 anni?

Il prossimo aprile sarò quarantenne e già non so proprio immaginarmi quarantenne! Figurarsi fra dieci anni, cinquantenne… Pensarci mi mette una certa ansia. Spero di essere all’altezza di un mondo che sarà sicuramente diverso da questo, nel quale mia figlia passerà la sua adolescenza. Mi auguro di contribuire con idee nuove allo sviluppo del no profit, e di continuare a raccontare storie.

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