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Mcosta_cover In Talento

Mariangela Costa

Mariangela Costa, 41 anni, romana. Vicepresidente dell’Associazione Comete, considera il suo mestiere di educatrice sul campo come uno strumento per praticare solidarietà concreta. Una finestra sul mondo per coloro che conducono vite disagiate. Homo Talent vuole approfondire con lei il senso del suo lavoro e le motivazioni di base che la spingono a farlo. 

 

Cos’è per te il talento?

Un modo di stare al mondo. Un modo di pensarsi, e di volersi. La cosa che più mi piace di me. Quando mi sento a proprio agio nel fare qualcosa. Non è automatico esserne consapevoli. Non è facile ascoltarlo in questo mondo frenetico tutto basato sullo stress della performance. Oggi manca il modo di ascoltarsi.

I valori per te irrinunciabili?

Onestà, autenticità, solidarietà. Anche il rispetto per sé e per gli altri. Non scindo mai me stessa dagli altri. La solidarietà è un valore da riscoprire. Dobbiamo scendere in strada e costruire la comunità insieme agli altri.

Un libro che ti rappresenta

Follia di Patrick McGrath. Non è bellissimo. Ma è mio. Parla di una relazione tra un uomo e una donna molto faticosa. Uno psichiatra che s’innamora di una paziente. La trama ruota intorno al tema del giocare con le emozioni fino a che non sfocia nella follia. La riflessione che mi ha lasciato è quella di imparare a convivere con la propria “follia”.

Sei Vicepresidente dell’Associazione Comete sede di Roma. Qual è il vostro scopo sociale?

Dare dignità alla persona è l’obiettivo primario della nostra Associazione. Mettiamo in campo tutti gli strumenti a nostra disposizione per realizzare questa difficile missione. Teniamo molto in considerazione anche la cura dei legami interpersonali.

Qual è il vostro approccio scientifico?

L’approccio sistemico-relazionale. Vedere la persona come un elemento connesso al sistema che lo circonda. Secondo questo approccio, la persona viene influenzata cognitivamente ed emotivamente da tutti i sistemi e sotto-sistemi che le gravitano intorno: familiare, culturale, politico, e così via.

Pensi che il Sociale, in futuro, potrà assumere un ruolo da protagonista nello sviluppo economico?

Dovrebbe. Allo stato dell’arte, mi azzardo a dire che al Sociale spettano solo le briciole. Il problema è culturale e politico. Al più presto bisognerà adottare un nuovo modello sociale alternativo al capitalismo che si sta per schiantare. L’urgenza è superare il modello basato sul consumo delle risorse a tutti i costi. Il cosiddetto privato sociale potrebbe essere un’alternativa valida a sostituirlo.

 

Il progetto personale o professionale che ti ha dato maggiori soddisfazioni?

Il progetto personale che mi ha dato più gioia e soddisfazione è stato quello di diventare mamma di due bimbi adottivi. Un progetto molto impegnativo, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista umano. Nonostante le fatiche e i dolori che ho attraversato, lo rifarei senza pensarci un attimo. Sul piano professionale, il lavoro sul campo di educatrice. Nei quartieri, nelle periferie, nelle case popolari in cui trovi situazioni difficilissime.

Cosa fa l’educatrice sul campo?

Oltre a stare in relazione con gli altri, pratica solidarietà concreta. Sta nella quotidianità della famiglia disagiata. Vive nel quiora. Può offrire delle chiavi di lettura per comprendere meglio le situazioni e i conflitti. Una finestra sul mondo. A volte capita che in certe famiglie si pratica l’abuso sessuale sui figli come modalità relazionale. La prima cosa da fare in queste situazioni è sospendere il giudizio e affrontare il qui e ora. Non sei la legge, sto qui dentro per garantire l’integrità psicofisica del bambino.

Come ti vedi tra 10 anni?

Sempre molto impegnata con i miei figli. Ho in mente di costruire una comunità solidale per l’accoglienza e per il mutuo aiuto.

Come immagini l’Italia tra 10 anni?

Sono ottimista. Vedo un’Italia che ripartirà dal basso, promuovendo altri tipi di economia. Ripartirà dalla gente, dal popolo. La comunità che si approprierà del proprio destino.

Se l’Italia fosse un film

Sarebbe “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores. Parla sempre di bambini che ci riportano la speranza. Che salvano questo Paese. Lo riportano alla luce.

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