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Enzo B: una storia per il Sociale

Cristina e Stefano, fondatori di Enzo B e imprenditori sociali da oltre venticinque anni, ci raccontano frammenti della loro storia insignita di valori, passioni, vocazioni e tante sfide duramente combattute per il bene comune. 

 

Cominciamo dalle origini: come è iniziato il vostro viaggio nel mondo del Sociale?
Stefano: Lontano ’85, studiavo ingegneria e sono stato incuriosito da un corso per volontari del Telefono Amico di Torino. È stato un incontro fulminante che mi ha portato a conoscere l’umanità che considera la relazione e l’aiuto una risorsa e un’eccezionale occasione per riconoscere il senso individuale e quotidiano della vita. Con quell’Associazione ho avuta l’opportunità di impegnarmi come volontario presso il Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino e da lì in poi è stata un’esplorazione continua del mondo del sociale.
Cristina: Ho sempre voluto impegnarmi nel sociale non solo come volontariato, ma come scelta di vita complessiva, fin da piccola, e così a vent’anni, mentre frequentavo la Scuola Universitaria di Assistenza Sociale, ho iniziato la mia esperienza andando a vivere nella Comunità di Emmaus di Castelnuovo e non ho più abbandonato questa scelta che ho cercato di tradurre dovunque la vita mi abbia portato di volta in volta.

Partiamo dai vostri valori fondanti. Quali sono e come li declinate nella vostra attività quotidiana?
Cristina: La lealtà e il rispetto degli altri. Credo sia importante che gli altri possano contare su di te e viceversa. Essere leali per me è la capacità di essere fedeli a chi con te condivide il cammino, qualunque esso sia, e di essere coerenti con ciò in cui si crede. Nel momento delle scelte, la lealtà anche verso se stessi aiuta: alla fine, per quanto scomodo sia, sai cosa devi fare, anche se non è detto che la scelta ti farà felice nel senso comune del termine.
Stefano: Se dovessi scegliere un valore unificante di tutti gli altri indicherei la responsabilità. Nel senso di percepire in ogni istante che quello che faccio e che sento mi riguarda. Riguarda me direttamente. Non posso che occuparmene. In questo rientrano le cose belle e quelle più faticose. Mi riguarda la gioia che le persone e le situazioni mi offrono, così come la loro sofferenza. Mi riguarda l’ingiustizia anche verso gli altri, così come l’opportunità di fare qualcosa per la comunità sociale in cui vivo, di cui sono parte. Si tratta di riparare il mondo (il Tikum Olam ebraico), lasciarlo meglio di come lo si è incontrato. Non sempre, nell’immediato, occuparsi delle cose è conveniente: diciamo che l’indifferenza appare ad alcuni più comoda e vantaggiosa. A me suscita noia e straniamento. Preferisco rischiare una delusione domani, ma non avere rimpianti.

Quanto è stato importante per voi l’aver incontrato nel vostro cammino persone e organizzazioni con cui condividere gran parte di quello che avete fatto?
Stefano: Gli affetti come le relazioni sono parte integrante di questo cammino. L’incontro che più mi ha segnato e supportato è stato quello nel 1987 con Don Antonio Revelli, il nostro Don Toni. Da giovane obiettore di coscienza ho iniziato allora la vita comunitaria e di accoglienza famigliare che abbiamo proseguito insieme per trent’anni. Don Toni ci ha lasciati nel dicembre scorso, ma la sua testimonianza resta come una presenza quotidiana. Toni, da prete tutto d’un pezzo, ci ha insegnato il valore della laicità e dell’accoglienza senza condizioni. Soprattutto ci ha testimoniato come il valore delle scelte di radicale coerenza non si misura dal consenso ufficiale che queste raccolgono all’istante, ma da quanto continueranno a vivere nei cuori di chi incontriamo in questa vita.
Cristina: Dico di me che sono una persona fortunata, perché sulla mia strada ho incontrato persone ed organizzazioni che mi hanno insegnato molto. Ad ognuno di loro devo molto delle scelte che ho compiuto nei molti anni di vita comunitaria e lavorativa. Sono le relazioni che riempiono la tua vita e danno il senso a ciò che fai: nello scambio continuo che si ha con le persone che incrociano la tua strada e nel bene che reciprocamente ne scaturisce.

Quando è cominciata la vostra avventura nel mondo delle adozioni internazionali? Un aneddoto, un momento o particolare situazione che vi ha fatto scattare la molla?
Stefano: Marzo 2003 ad Ha Noi. La Sars, la super influenza che sta paralizzando il mondo partita proprio dal Vietnam, mi sta regalando più di un mese da ragazzo padre bloccato lì con la splendida Thi Hong di 3 mesi, in attesa che le frontiere riaprano e si possa tornare a casa alla fine dell’adozione. Un mese che non può che essere dedicato ad approfondire e capire come funzioni nel back stage questo splendido mondo di persone e organizzazioni che fanno incontrare figli e genitori che ancora non si sono conosciuti. Parte da lì, da quella stanza d’albergo tra pannolini e biberon, l’avventura di ENZO B nelle adozioni internazionali.
Cristina: Marzo 2003: per un caso strano della vita Stefano è ad Ha Noi con Thi Hong, nostra figlia, ma senza di me, rimasta in Italia. Scoppia la Sars e io da qua mi scontro con una crisi internazionale che potrebbe avere risvolti drammatici anche per la nostra famiglia. Aver vissuto da dentro l’esperienza, anche con un evento eccezionale, ci ha spinto a voler capire di più ed intraprendere l’avventura da imprenditori sociali delle adozioni internazionali, percependone molto di più gli aspetti incredibilmente positivi che non le ombre inevitabilmente presenti.

Quali saranno le novità per il futuro di Enzo B?
Cristina: Enzo B nasce nel 1991 come esperienza comunitaria di famiglie, intese come nuclei affettivi che intessono relazioni significative con il mondo che le circonda e al proprio interno. Seguendo questa vocazione stiamo lanciando proprio in questi giorni un servizio informativo e formativo sull’affido che sarà una delle novità del 2017. L’accoglienza è nel nostro DNA, è l’esperienza che abbiamo portato avanti nei tanti anni in cui abbiamo vissuto nel Villaggio Enzo B che dava ospitalità in affido a mamme in difficoltà con figli a carico. L’affido è stato quindi, da sempre, un valido strumento di inclusione e aiuto da riproporre e valorizzare.
Stefano: L’anima comunitaria di Enzo B è il main stream che lo guida e guiderà nel prossimo futuro. Lo sviluppo di relazioni collaborative, la riscoperta dei valori relazionali e l’impiego di nuove tecnologie sono la direzione. In questa direzione alcuni esempi sono l’innovazione del funzionamento dei Gruppi d’Acquisto Solidali proposta dal progetto VOV102 e l’attivazione di reti collaborative di prossimità in aiuto delle nuove povertà del progetto Net2Share.

Come sta cambiando il mondo del sociale e verso quale direzione andrà?
Stefano: Siamo all’inizio di una nuova fase, come sempre capita alla fine di un ciclo. Per tutti gli anni ’90 e i primi duemila il Terzo Settore ha innovato ed è cresciuto. Ora, in larga misura, si è ridotto ad essere una forma di parastato dove il precariato e il consociativismo hanno innescato un processo degenerativo di cui i grandi recenti scandali sono solo la punta di un iceberg. Quindi sono ottimista: tutte le crisi portano sempre cose buone, magari attraverso una fase di necessaria confusione, ma la voglia di partecipazione e la ricerca del senso individuale e collettivo spingono fortemente dal profondo della società verso interessanti sviluppi che non mancheranno di sorprenderci.
Cristina: Ho avuto la fortuna di essere protagonista dei molti cambiamenti del Terzo Settore: dall’obiezione di coscienza e servizio civile nel suo percorso di riforma, trasformazione e crescita alla cooperazione sociale dal suo riconoscimento legislativo nel 1991 fino a qualche anno fa. È innegabile che ci sia stata una certa involuzione: l’auto-referenzialità da una parte e il consociativismo dall’altra hanno fatto perdere la vitalità e la forte vocazione all’innovazione che hanno sempre caratterizzato il non profit italiano. Ci sono però nuovi segnali che fanno ben sperare nella capacità delle parti sane della nostra società civile di recuperare slancio e vigore per un’azione di cambiamento sociale che nell’ultimo decennio ha perso un bel po’ di smalto.

Si può usare la comunicazione per migliorare il processo adottivo, anche in virtù dello sviluppo del digitale?
Cristina: Io non sono una “nativa digitale” e solo da qualche anno mi sto confrontando con tutto ciò che significa comunicazione nell’era del digitale. Ho solo constatato che ciò che fino a qualche anno fa era difficile, oggi non solo è possibile ma è semplice e alla portata di tutti, anzi permette un coinvolgimento fino a poco tempo fa impensabile. Da qui le nuove iniziative di Adozione 2.0: la sfida è quella di utilizzare gli strumenti digitali, il webinar, ad esempio non solo cambiando lo strumento informativo e/o divulgativo ma proprio l’approccio al percorso adottivo. Il nostro WebExpress adozione vuole coinvolgere le famiglie fin dall’inizio facendo sì che anche nelle adozioni le famiglie divengano non i destinatari di un servizio ma dei partecipanti attivi, veri e propri “prosumer” della procedura adottiva.
Stefano: L’era della post verità, tra le tante cose meno positive, ci consegna una riflessione intorno al valore della verità emotiva. Non basta la consapevole verità che deriva dall’essere informati e formati: serve anche che la verità fattuale e la conoscenza corrispondano ad un senso esistenziale percepito come proprio dalle persone e dalla società nel suo insieme. L’esperienza adottiva rappresenta un paradigma di questo. I Social offrono una gran massa di informazioni il più delle volte solide dal punto dell’affidabilità, ma rispondono al bisogno altrettanto importante di senso emotivo. La tecnologia ormai a portata di mano richiede quindi di perseguire una sintesi innovativa tra ultra moderno e antico. Una sfida, ma anche un’opportunità.

Qual è il vostro rapporto con il talento?
Stefano: Credo molto nel valore delle persone, per quello che soggettivamente sanno esprimere, e nel loro potenziale. A volte credo di aver avuto io più fiducia nel talento di alcuni miei collaboratori di loro stessi. Le centinaia di persone con cui ho collaborato mi hanno sempre mostrato come il talento abbia forme ed espressioni soggettivamente sorprendenti, non solo in positivo. E la strada è ancora lunga.
Cristina: Evangelico direi: chi ha capacità deve saperle usare al meglio e tutti, ma proprio tutti, hanno talenti! È un diritto e un dovere essere consapevoli del proprio valore e saperlo sviluppare e coltivare al meglio. Ne può derivare solo del bene: per sé e per gli altri.

Come gestite il talento nelle vostre organizzazioni?
Cristina: Tasto dolente nel Terzo Settore: si tende ad impiegare le persone laddove c’è bisogno, partendo soprattutto dall’adesione di chi lavora con noi all’ideale che stiamo perseguendo. È da un po’ che ho capito che non basta. Avere valori in comune è fondamentale, ma quando si maneggia materia delicata come le persone si ha la responsabilità di tirare fuori le loro capacità e farle lavorare nel posto e nel modo giusto: solo così puoi far crescere le persone e l’organizzazione. E non è un caso che nostro partner sia l’Associazione di promozione sociale Homo Talent che propone un innovativo approccio etnografico al talento. Ogni cambiamento sociale prende le mosse dalla singola persona, per cui i talenti presenti in ognuno di noi, riconosciuti e sostenuti giorno dopo giorno, sono il vero motore dell’innovazione sociale: coltivare futuro è soprattutto questo!
Stefano: Sempre in due fasi, come in una relazione genitoriale. Prima accudimento, sostegno e guida. Poi spinta all’autonomia, a sperimentare, a sbucciarsi anche qualche volta le ginocchia. E come nelle relazioni genitoriali, si può essere fonte di ispirazione e riferimento, ma poi anche termine di confronto dialettico quando si affronta la progressiva presa di responsabilità. In ogni caso, i talenti di cui ciascuno è portatore a suo modo emergono sempre. E questo fa parte del sale delle nostre organizzazioni.

Se Enzo B fosse un film/libro/canzone, quale sarebbe?
Stefano: sarebbe Michael, il film del 1996 con un John Travolta che interpreta un arcangelo Michele guerriero e guascone mi ha sempre divertito, facendomi riflettere nella sua leggerezza. Bello così: combattere la buona battaglia. Sul libro non ho dubbi: Sarete liberi davvero. Lettera sull’emarginazione, del 1984, edito dal Gruppo Abele. È stata la lettura di formazione giusta al momento giusto. Senza far torto alla mia personale discografia, sull’isola deserta mi porterei Dance me to the end of love di Leonard Cohen.
Cristina: Se fosse un film direi Blues Brothers, il mio preferito! Che, comunque, mette in risalto come l’ironia sia un tratto saliente della nostra organizzazione, che ha sempre voluto affrontare qualsiasi problematica, anche quelle più emotivamente coinvolgenti con delicata leggerezza. Se fosse un libro sicuramente La banalità del male di Hannah Arendt perché è il libro che più di ogni altro cerca di analizzare lucidamente e spietatamente come il male possa insinuarsi nella vita di ognuno di noi, nel momento in cui si sospende il pensiero. Come la Arendt ricorda spesso, è dai tempi di Socrate e Platone che il pensiero, vera ed unica peculiarità dell’uomo, viene considerato il silenzioso dialogo fra sé e se stesso che permette di distinguere il bene dal male. Non ci si può mai esimere dal dovere di capire e discernere. È il continuo richiamo alla responsabilità e all’esercizio della razionalità dal quale nessuno può e deve sottrarsi, nemmeno i genitori che non possono dire: questo non mi riguarda, non voglio sapere, io voglio solo un figlio! In un mondo complesso e difficile, ma anche meraviglioso, nessuno può avere un desiderio senza capire dove questo desiderio ti porterà. La verità che dobbiamo a noi stessi la dobbiamo ai nostri figli, solo così ne faremo uomini liberi.

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