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copertina_elena_3 In Talento

Elena Fabris

Elena Fabris, 44 anni, torinese. Moglie, mamma, libera professionista. Laureata in Sociologia, è fortemente impegnata nello sviluppo di comunità e nel dare energia al senso del possibile. Fondatore e Presidente dell’Associazione Socialémpowerè convinta che riconoscere il proprio talento e seguirlo sia un atto di coraggio. 

 

Cos’è per te il talento?

Qualcosa in cui si riesce bene, senza sforzo e traendone piacere o particolare soddisfazione. Non è sovrapponibile al risultare molto bravi nell’essere o nel fare qualcosa, esprime un “quid” in più e diverso, di spontaneità e creatività. Credo che ognuno di noi possegga almeno un talento: purtroppo non tutti lo scoprono o hanno il coraggio di esprimerlo e seguirne la via. Sì, coraggio, perché a volte riconoscersi un talento e decidere di seguirlo significa andare contro-corrente.

I 3 valori per te imprescindibili? (In ordine di importanza)

Il primo è certamente il Rispetto che mi porta ad essere accogliente e tollerante, nei limiti della reciprocità: mi arrabbio molto quando trovo mancanza di rispetto! Il secondo è l’Onestà nel duplice significato dell’interiorizzazione delle regole sociali condivise, e della disponibilità di ascolto e dialogo con se stessi  e con gli altri: l’onestà di chi ha fatto pace con i propri limiti ed è sereno nella relazione con l’altro. Il terzo è l’Altruismo  che mi è stato trasmesso in stereofonia dai genitori (forse un po’ sovradosato!) e che mi porta a provare la soddisfazione massima solo nelle  dinamiche Win-Win.

Qual è il libro che più ti rappresenta  

Non riesco a citarne uno solo perché ce ne sono molti. Due autori amo in particolare e due libri che rileggo spesso: “Tante storie per giocare” di Gianni Rodari e “Change” di Paul Watzlawick . Entrambi hanno a che fare con le conseguenze sorprendenti del guardare alla realtà da punti di osservazione diversi e inconsueti, nel gioco come nella risoluzione dei problemi.

Di cosa ti occupi attualmente?

Mi sto occupando di improntare la mia vita in modo coerente agli ideali, alle passioni e al talento che finalmente ho colto in me: sto cambiando lavoro per dedicarmi allo sviluppo di comunità, utilizzando diversi strumenti e situazioni professionali. Mi piace pensarmi come una professionista delle relazioni sociali, formatrice, community enabler e community keeper. Quindi, a 44 anni, sto avendo coraggio!

Il progetto personale o professionale che ti ha dato più soddisfazioni?

E’ sempre quello da compiere! Per l’entusiasmo che metto nelle cose nuove. L’entusiasmo adesso è per Socialémpower, Associazione fondata nel 2014 la cui missione è “contagiare al senso del possibile!”. Pensiamo soprattutto ai giovani ma non solo: chiunque abbia bisogno di un’ iniezione di energica fiducia nel sogno e nel possibile. Socialémpower nasce in me da lontano. A 14 anni un’apprezzata professoressa mi chiese cosa avrei voluto fare da grande. Io risposi “voglio essere famosa per aver cambiato il mondo”. I miei compagni risero compatendomi e io mi sentii a disagio, ma non potei convincermi di volere qualcosa di diverso. Sono cresciuta e ho maturato un buon senso di realtà, per cui ora posso affermare che da grande voglio… “cambiare il mondo…una relazione alla volta”. Sono grata a Jakob Levi Moreno fondatore dello Psicodramma, metodo che coltivo da diversi anni, per avermi mostrato che provarci non è sinonimo di pazzia!

 

A Torino sei una dei promotori del fenomeno Social Street. Di cosa si tratta e quali sono gli obiettivi che persegue?

Social Street è un fenomeno sociale innovativo in cui credo molto. Le Social Street sono tante cose: la riprova che i social network non sono alienanti in sé, perché se usati come strumento consentono anche il riattivarsi e rinsaldarsi delle relazioni di vicinato reale (incontrarsi e conoscersi tra vicini di casa, dal virtuale al reale);  le più di 300 Social Street nate spontaneamente per emulazione in Italia dal 2014 dimostrano che è possibile attivare la reciprocità e la fiducia nelle comunità in modo fluido e sostenibile, senza peso organizzativo, senza denaro, senza politica, contando solo sul piacere dei singoli che formano gruppi spontanei ed occasionali, nel riconoscere bisogni comuni a cui dare risposte collettive basate sulla condivisione e la relazione. (www.socialstreet.it)

Se fossi il Sindaco di Torino quali sono i primi tre provvedimenti che prenderesti?

Questa domanda mi ha fatto ricordare le molte ore notturne spese ormai quasi 15 anni fa a giocare a SimCity (gioco elettronico in cui si impersona un sindaco che deve sviluppare la propria città e fare felici gli abitanti): ero calamitata da quel gioco! Se ora accendendo il PC mi trovassi a partita avviata nella Torino di oggi, interverrei semplificando processi, procedure e regole, incentivando l’imprenditività anche in senso formativo incoraggiando nei bambini e ragazzi il senso del possibile, facendo largo al nuovo, non necessariamente ai giovani, persone di esperienza che abbiano però una mente aperta al cambiamento e curiosa, soprattutto non debitrici al vecchio sistema.

Come ti vedi fra 10 anni?

Metaforicamente in viaggio, spero, seguendo le mie passioni. In realtà ho un’immagine guida che mi vede tra 25 anni (circa settantenne): vivrò nella casa di famiglia in campagna, nella provincia di Torino e trascorrerò le mie settimane dividendomi con gioia tra cura dell’orto, conduzione di gruppi di psico-sociodramma , e gioco con i miei nipotini, quando mi verranno a trovare.

Come immagini l’Italia fra 10 anni?

Spero di sorprendermi. Le energie di trasformazione avranno acquistato maggiore forza. La via del cambiamento da seguire sarà più chiara e non più procrastinabile. Gli italiani crederanno di potercela fare e faranno ognuno la propria parte. Tuttavia penso ci sarà ancora tanto da fare: temo che dieci anni non siano abbastanza.

Se l’Italia fosse un film

Sarebbe “L’arte della felicità” di Alessandro Rak (2013). L’Italia è un paese di contraddizioni. Tanta ricchezza potenziale ma male espressa. L’Italia non crede nelle sue possibilità e non riconosce il proprio valore, rincorrendo falsi miti. L’arte per essere felici non è distante, non è impossibile, ma ci chiede di riconoscere i nostri talenti e di puntare su di essi con convinzione, dando valore a ciò che siamo e che desideriamo.

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